Alla rilevazione italiana hanno partecipato 2.149 operatori di 14 strutture sanitarie. Il 68,1% degli intervistati riferisce che nel proprio ambiente di lavoro si verificano episodi di violenza verbale almeno occasionalmente.
Tra gli episodi occasionali, i familiari dei pazienti rappresentano la fonte di aggressione più frequentemente indicata, con una quota del 54,5%, che negli ospedali sale al 59,1%.
Secondo Anelli, insulti, minacce e aggressioni non possono essere accettati come parte inevitabile dell’attività sanitaria. Pur riconoscendo il disagio, il dolore e la preoccupazione di pazienti e familiari, il presidente FNOMCeO sottolinea come nessuna difficoltà o attesa possa giustificare comportamenti violenti nei confronti di chi presta assistenza.
Sovraccarico di lavoro e sovraffollamento tra i principali fattori di rischio
Dall’indagine emerge che sovraccarico di lavoro e sovraffollamento sono i fattori più frequentemente associati agli episodi di violenza e molestia, indicati dal 54,3% dei partecipanti.
Per FNOMCeO, questi dati evidenziano la necessità di intervenire anche sull’organizzazione dei servizi, attraverso personale adeguato, ambienti sicuri e misure di protezione proporzionate ai rischi.
Alla risposta repressiva, secondo Anelli, deve inoltre affiancarsi una prevenzione concreta, basata su formazione, accoglienza e comunicazione con pazienti e familiari. Informazioni chiare sui percorsi di cura e sui tempi di attesa possono contribuire a rafforzare la fiducia e a ridurre le condizioni che possono favorire situazioni di conflitto.
Attenzione anche alla violenza psicologica
La ricerca richiama l’attenzione anche sulle forme meno evidenti di violenza psicologica all’interno delle strutture sanitarie, tra cui la svalutazione ripetuta del lavoro e delle competenze professionali.
Secondo Anelli, anche questi comportamenti richiedono attenzione, con l’obiettivo di favorire relazioni professionali fondate sul rispetto, sulla collaborazione e sul riconoscimento delle competenze.
Un ambiente di lavoro capace di accogliere le segnalazioni con sensibilità e riservatezza, sottolinea FNOMCeO, contribuisce alla tutela della dignità degli operatori e del benessere delle équipe, con ricadute anche sulla qualità dell’assistenza.
Segnalazioni e supporto ancora da rafforzare
Un altro dato riguarda la capacità delle organizzazioni di intervenire dopo un episodio di violenza. Solo il 39,2% dei partecipanti ritiene che la propria organizzazione risponda efficacemente alle segnalazioni, mentre appena il 20,8% segnala la disponibilità di supporto psicologico.
Per FNOMCeO è quindi necessario garantire a chi subisce violenza risposte tempestive e un adeguato sostegno psicologico e legale.
Le conseguenze di un’aggressione, ricorda Anelli, possono infatti prolungarsi nel tempo e incidere anche sulla scelta dei professionisti di continuare a lavorare nel Servizio sanitario nazionale.
La sicurezza di chi cura, conclude il presidente FNOMCeO, è strettamente legata alla sicurezza delle cure e alla tenuta del rapporto di fiducia tra medico e paziente. Proteggere i professionisti sanitari significa quindi tutelare anche la qualità dell’assistenza e il diritto alla salute dei cittadini.


