È da questa realtà che parte lo studio pubblicato su Frontiers in Dental Medicine da Cristina Grippaudo, Ilaria Tucci, Elena Gimondo, Elisa Russo e Iole Vozza dedicato all’esperienza della Caritas Dental Clinic di Roma. Il lavoro descrive un modello organizzativo pensato per offrire trattamenti ortodontici completamente gratuiti a minori vulnerabili, compresi quelli privi di tessera sanitaria nazionale.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Centro Odontoiatrico Caritas di Roma e il Master in Ortodonzia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il Master ha contribuito a dotare la struttura degli strumenti e dei materiali necessari, mentre alcuni laboratori odontotecnici hanno fornito gratuitamente apparecchi rimovibili. Caritas ha invece sostenuto i costi delle altre cure odontoiatriche e della gestione della clinica.
Quattro anni di attività
Lo studio analizza il periodo compreso tra gennaio 2022 e dicembre 2025. In quattro anni sono stati valutati 133 minori, tutti considerati eleggibili al trattamento. Di questi, 93, pari al 69,9%, hanno effettivamente iniziato la terapia ortodontica.
Gli altri 40 non hanno proseguito per rifiuto del trattamento, difficoltà nel garantire un’adeguata adesione al piano terapeutico o problemi nel presentarsi regolarmente agli appuntamenti di controllo.
L’età media dei pazienti trattati era di 12,5 anni. Il 55,9% era di sesso maschile e il 44,1% femminile. Un altro dato caratterizza in modo netto la popolazione assistita: il 74,2% dei pazienti era nato all’estero, mentre il 25,8% era italiano.
I minori arrivano alla struttura attraverso differenti percorsi. Alcune famiglie si rivolgono ai servizi Caritas perché non possono sostenere il costo di un trattamento ortodontico; altri pazienti provengono da case famiglia o da contesti sociali particolarmente complessi. In questi casi alle difficoltà economiche possono aggiungersi barriere linguistiche, problemi amministrativi e situazioni familiari instabili.
Un percorso clinico completo
La presa in carico segue un protocollo strutturato. Durante la prima visita vengono raccolte le informazioni necessarie, effettuata l’anamnesi e valutato il bisogno di trattamento attraverso indici come ROMA Index, Baby ROMA Index e IOTN.
La pianificazione comprende radiografie diagnostiche, fotografie intra ed extraorali e scansioni digitali delle arcate. I casi vengono poi discussi collegialmente da studenti post-laurea e tutor clinici, mentre gli esami possono essere ripetuti durante la terapia quando necessario per monitorarne l’andamento.
L’ortodonzia fissa è risultata la modalità terapeutica più utilizzata, sia da sola sia in associazione con altri dispositivi. Frequenti anche gli approcci intercettivi e ortopedici, con espansori palatali rapidi, dispositivi tipo McNamara, quad helix, espansori in Ni-Ti e placche rimovibili. Sono stati utilizzati anche archi linguali, mantenitori di spazio e apparecchi miofunzionali. Solo un caso è stato trattato con allineatori trasparenti.
La gratuità non risolve tutto
È però nella continuità del trattamento che emergono alcune delle difficoltà più interessanti descritte dagli autori.
Instabilità familiare, mobilità, barriere linguistiche e differenze nella health literacy possono interferire con l’aderenza alla terapia. In alcuni casi i pazienti immigrati interrompono temporaneamente il trattamento quando rientrano con la famiglia nel Paese d’origine, con un conseguente allungamento dei tempi.
Per questo, secondo gli autori, offrire gratuitamente l’ortodonzia rappresenta solo una parte della risposta. Il trattamento dei minori vulnerabili richiede anche un importante lavoro motivazionale e la costruzione di una relazione di fiducia con il paziente e con chi lo accompagna.
Il modello ha permesso di trattare 93 bambini e adolescenti attraverso la collaborazione tra Caritas, ortodontisti, studenti, volontari e laboratori odontotecnici. Gli autori ne sottolineano la fattibilità, pur riconoscendo i limiti dello studio: un solo centro, un campione relativamente ridotto e l’assenza di una valutazione sistematica degli esiti clinici e del completamento dei trattamenti.
L’esperienza romana mette così in evidenza un punto spesso meno visibile: garantire l’accesso alle cure è fondamentale, ma nei contesti di fragilità la sfida è anche creare le condizioni perché quel percorso possa continuare nel tempo.


