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Antibiotici e analgesici in odontoiatria: prescrizioni in calo, ma restano alcune criticità
Antibiotici e compresse
L’analisi delle prescrizioni dei dentisti NHS in Inghilterra dal 2014 al 2023 evidenzia il ritorno ai livelli pre-pandemia. Clindamicina e diidrocodeina restano però sotto osservazione per appropriatezza e sicurezza.

Le prescrizioni di antimicrobici effettuate dai dentisti del National Health Service inglese sono diminuite di oltre un terzo nell’arco di dieci anni. La pandemia ha temporaneamente interrotto questa tendenza, ma alla fine del 2023 i livelli complessivi erano tornati vicini, e in alcuni casi inferiori, a quelli precedenti al Covid-19. Dietro il dato generale, però, emergono alcune eccezioni che meritano attenzione.

È quanto rileva uno studio retrospettivo che ha analizzato dieci anni di prescrizioni di antimicrobici e analgesici nella primary dental care NHS in Inghilterra, da gennaio 2014 a dicembre 2023. L’obiettivo era valutare l’andamento nel lungo periodo e capire quanto le modifiche osservate durante le restrizioni pandemiche fossero persistite negli anni successivi. 

 

Dieci anni di prescrizioni odontoiatriche

I ricercatori hanno utilizzato i dati della NHS Business Services Authority, considerando le prescrizioni dei dentisti di assistenza primaria e rapportandole alla popolazione, in modo da limitare l’effetto delle variazioni demografiche.

Tra il 2014 e il 2023 sono stati registrati complessivamente quasi 29,8 milioni di item antimicrobici. La classe delle penicilline rappresentava il 67,04% del totale e l’amoxicillina, da sola, il 65,9%. Seguiva il metronidazolo, con il 28,44% delle prescrizioni antimicrobiche. 

Il dato più significativo è però quello temporale: il volume annuale complessivo degli antimicrobici è passato da 6.797,72 item ogni 100.000 abitanti nel 2014 a 4.346,48 nel 2023. Gli autori quantificano la riduzione in 36,06%. Già confrontando il 2019 con il 2014, quindi prima della pandemia, il calo raggiungeva il 30,6%. 

Secondo gli autori, il trend è compatibile con l’introduzione nel Regno Unito di programmi di antimicrobial stewardship, linee guida e strumenti formativi dedicati all’odontoiatria. Lo studio, tuttavia, precisa che dai soli dati prescrittivi non è possibile dimostrare un rapporto causale diretto tra queste iniziative e la riduzione osservata. 

 

La discontinuità prodotta dalla pandemia

La curva cambia bruscamente nel 2020. Durante le restrizioni all’attività odontoiatrica, quando l’accesso alle cure in presenza era limitato e parte della gestione avveniva attraverso triage remoto, le prescrizioni di antibiotici e analgesici aumentarono.

Nel caso degli antimicrobici, la tendenza discendente osservata fino a quel momento si interrompe e diversi principi attivi raggiungono un picco tra marzo e giugno 2020. Successivamente le prescrizioni tornano a diminuire. A dicembre 2023 il tasso complessivo degli antimicrobici era pari a 358,36 item per 100.000 abitanti, contro 373,84 nel febbraio 2020, ultimo mese prima delle restrizioni.

Per gli autori questo indica, sul piano quantitativo generale, un ritorno ai livelli pre-pandemia. Il quadro cambia però quando si osservano separatamente i singoli farmaci.

 

Clindamicina, un dato che resta sopra il livello pre-Covid

La clindamicina costituisce uno dei principali elementi di attenzione emersi dall’analisi.

Nel febbraio 2020 venivano prescritti 1,83 item per 100.000 abitanti. Durante la pandemia il valore ha raggiunto 3,09, per scendere a 2,00 nel dicembre 2023. Il dato rimane quindi superiore a quello immediatamente precedente alle restrizioni, sebbene lo studio specifichi che il trend osservato non raggiunge la significatività statistica. 

Gli autori richiamano in particolare il profilo di sicurezza della clindamicina e l’associazione con sovrainfezione da Clostridioides difficile e colite pseudomembranosa. Le linee guida FGDP citate nello studio non ne raccomandano l’impiego routinario e indicano che il suo utilizzo dovrebbe essere guidato da specialisti in microbiologia orale o medica quando non siano disponibili alternative efficaci. 

Il dato va letto anche nel contesto generale della terapia delle infezioni odontogene: lo studio ribadisce che gli antimicrobici devono essere utilizzati come supporto all’intervento locale quando clinicamente giustificati, per esempio in presenza di diffusione dell’infezione, sepsi, tumefazione facciale o linfoadenopatia. Il trattamento chirurgico della causa rimane il riferimento principale. 

 

Analgesici: la diidrocodeina arriva al 42% delle prescrizioni

Un secondo elemento riguarda la gestione farmacologica del dolore.

Nel complesso anche le prescrizioni di analgesici sono tornate vicino ai valori precedenti alla pandemia: da 8,78 item per 100.000 abitanti nel febbraio 2020 a 8,35 nel dicembre 2023. Durante le restrizioni, invece, avevano raggiunto un picco di 17,9 item per 100.000 nel maggio 2020. 

Tra il 2014 e il 2023 l’ibuprofene è risultato l’analgesico più prescritto considerando l’intero periodo, seguito dalla diidrocodeina e dal paracetamolo. 

È soprattutto l’evoluzione della diidrocodeina a richiamare l’attenzione degli autori. Nel febbraio 2020 rappresentava il 36,7% degli analgesici prescritti dai dentisti; nel dicembre 2023 la quota era salita al 42,1%, nonostante la riduzione rispetto al picco pandemico. 

Lo studio ricorda che si tratta di un analgesico oppioide e cita le indicazioni del British National Formulary, che ne sconsigliano l'impiego per il dolore dentale per il rischio di dipendenza, nausea e stipsi. Gli autori evidenziano inoltre la limitata efficacia rispetto all'ibuprofene nel dolore di origine infiammatoria e ritengono necessario continuare a monitorarne la prescrizione.

 

Cosa ci dice davvero lo studio

I risultati descrivono esclusivamente le prescrizioni dei servizi odontoiatrici NHS in Inghilterra. Non comprendono l'attività privata e, per gli analgesici, non considerano i farmaci acquistati senza prescrizione. Sono limiti rilevanti: i dati non possono quindi essere trasferiti automaticamente ad altri sistemi sanitari o utilizzati per ricostruire l'intero consumo farmacologico dei pazienti odontoiatrici. 

Il messaggio per la pratica clinica è però concreto. Ridurre il numero totale delle prescrizioni non basta: conta anche quali farmaci vengono prescritti, in quali circostanze e con quale indicazione. È proprio nell'analisi delle singole molecole che lo studio individua le principali aree ancora aperte.

Patel e Seoudi indicano quindi nella formazione continua, nell'aggiornamento sulla antimicrobial stewardship, nell'autovalutazione periodica delle proprie prescrizioni e nella peer review alcuni degli strumenti utili per rendere la prescrizione odontoiatrica più sicura e appropriata.

Per il professionista, il dato decennale offre soprattutto un'indicazione: superata l'anomalia prodotta dalla pandemia, l'attenzione può tornare dalla quantità alla qualità della prescrizione. Ed è sui farmaci che restano fuori dalla tendenza generale come clindamicina e diidrocodeina che il monitoraggio appare oggi più utile.

Leggi lo studio originale.

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