INFODENT_10_2026

È online la rivista digitale di Ottobre.

Aggiornamento: dove sta andando lo sviluppo professionale in odontoiatria
manichino per corsi di aggiornamento medici
Un nuovo triennio ECM appena partito, scuole di specializzazione che arrancano tra decreti in ritardo e borse da 400 euro al mese, un'offerta privata sterminata. Dove investire tempo e denaro, e cosa si muove davvero.

Autore: Debora Amato


Centocinquanta crediti in tre anni. È il numero che ogni odontoiatra italiano conosce a memoria, e che dal 1° gennaio 2026 ha ricominciato a scorrere. Ma ridurre lo sviluppo professionale al contatore Cogeaps è il modo più rapido per sprecarlo. Il punto vero è un altro: in una professione dove la tecnologia cambia il flusso di lavoro ogni pochi anni, e dove il team di studio si è allargato a figure con percorsi formativi propri, la domanda non è più "quanti crediti mi mancano", ma "che tipo di professionista sto costruendo". Abbiamo messo in fila le regole aggiornate, i numeri della formazione specialistica e alcuni nodi che il settore tende a non nominare.

 

ECM 2026-2028: le regole sono chiare, gli incentivi meno

Le delibere della Commissione nazionale del 5 marzo 2026, trasmesse da FNOMCeO agli Ordini con la comunicazione n. 35, confermano l'obbligo a 150 crediti per il triennio in corso, al netto di esoneri e riduzioni. Chi ha lasciato buchi nel 2023-2025 ha tempo fino al 31 dicembre 2028 per colmarli, e potrà spostare i crediti fino al 30 giugno 2029. Tradotto: questo è l'ultimo giro utile per chi ha arretrati, e chi li ha dovrà correre su due binari contemporaneamente.C'è poi un equivoco da sgombrare. Dal 2026 la soglia del 70% dei crediti è quella che conta per la copertura assicurativa RC, ma per l'Ordine l'obbligo resta pieno: serve il 100% del triennio. Fermarsi al 70% significa essere assicurati e, al tempo stesso, inadempienti. Lo strumento più sottovalutato resta il dossier formativo. Quello individuale vale 40 crediti di riduzione nel triennio in cui lo si costruisce, più altri 30 nel successivo se il percorso risulta coerente. FNOMCeO ha attivato anche un dossier di gruppo per medici e odontoiatri, che riconosce 30 crediti subito e altri 20 nel 2029-2031 se completato con coerenza almeno al 70%. Attenzione al calendario: il dossier si può costruire solo nel 2026 e nel 2027. Al di là del bonus, è l'unico momento in cui il sistema chiede al professionista di dichiarare in anticipo dove vuole andare. Vale la pena prenderlo sul serio. Per chi insegna, le nuove regole riconoscono un credito ogni 20 minuti di docenza. E per l'odontoiatra che svolge attività radiologica complementare resta la quota minima del 15% di crediti in radioprotezione sul totale del triennio. Il punto critico sta nelle tematiche di interesse nazionale, che danno un incremento di 0,3 crediti per ogni ora di formazione. L'elenco del 2026-2028 comprende violenza sugli operatori, sanità digitale, antimicrobico-resistenza, rischio clinico, malattie rare, appropriatezza. Temi seri, alcuni pertinenti anche per lo studio dentistico. Ma nessuno è specificamente odontoiatrico. Il risultato prevedibile è che il percorso più "efficiente" in termini di crediti sia anche quello più lontano dalla poltrona. Chi pianifica il triennio solo sul rapporto ore/crediti rischia di arrivare a dicembre 2028 in regola, e con le stesse competenze cliniche di tre anni prima.

 

Specializzarsi: un percorso stretto, e ancora poco sostenuto

Le scuole di specializzazione dell'area odontoiatrica restano tre: Chirurgia orale, Ortognatodonzia e Odontoiatria pediatrica. Durano tre anni, per 180 CFU complessivi. I posti per sede sono pochi: Trieste, per fare un esempio, ne metteva a bando 7 in Chirurgia orale, 6 in Ortognatodonzia e 4 in Odontoiatria pediatrica. Il quadro nazionale lo dà l'Accordo Stato-Regioni n. 193/CSR del 6 novembre 2025, che fissa il fabbisogno di odontoiatri specialisti in 451 unità per il 2025, 440 per il 2026 e 429 per il 2027. Numeri in calo, a fronte di un Albo che conta 64.690 iscritti. Ogni anno, insomma, entra in specializzazione meno di un odontoiatra su cento. Il nodo economico è noto ma vale la pena ricordarlo. La legge di bilancio 2025 (L. 207/2024, art. 1, comma 339) ha introdotto per gli specializzandi di area sanitaria non medica, odontoiatri compresi, una borsa di 4.773 euro lordi annui. Il decreto di riparto, però, si è fatto attendere: ad aprile 2026 la CAO nazionale e FNOMCeO hanno scritto ai ministri Bernini, Schillaci e Giorgetti denunciando che la mancata emanazione bloccava borse, bandi e avvio dell'anno accademico. Il DPCM è stato pubblicato dal MUR il 20 maggio 2026; l'importo mensile corrisponde a 397,75 euro lordi. Le sigle degli specializzandi non medici hanno comunque confermato la mobilitazione, sostenendo che il provvedimento lascia irrisolti diversi nodi, a partire da chi rientri davvero nel riparto. A giugno l'Università di Firenze prorogava ancora i propri atti di concorso in attesa dei fondi.

La nostra lettura: una borsa da meno di 400 euro al mese è un riconoscimento simbolico, non una condizione di sostenibilità. Per tre anni a tempo pieno, la specializzazione resta di fatto riservata a chi può permettersela o a chi punta con decisione al SSN, dove il titolo pesa nei concorsi. Per la grande maggioranza dei liberi professionisti, la formazione avanzata continua a passare altrove: master universitari, corsi annuali privati, percorsi delle società scientifiche. Un mercato vivace, ma senza un sistema di riconoscimento comune, dove la qualità va verificata caso per caso.

 

Digitale e IA: la competenza che manca non è quella sul macchinario

La traiettoria dello scanner intraorale in Italia, letta attraverso le rilevazioni Key-Stone, dice molto sul ritmo del cambiamento. Nelle prime rilevazioni dell'istituto ne era dotato circa il 9% degli studi, nel 2019 il 13%. Poi l'accelerazione: oltre 6.500 scanner venduti nel solo biennio post-Covid, con una penetrazione stimata sopra il 40%. La stessa Key-Stone, però, avverte che avere uno scanner non fa uno studio digitale: serve un flusso di lavoro integrato, e la trasformazione completa sembra attendere il ricambio generazionale. Qui sta il punto formativo. L'acquisto di un dispositivo porta quasi sempre con sé un corso del produttore, utile per usarlo. Molto più raro è un percorso che insegni a riorganizzare il flusso clinico, a dialogare con il laboratorio su file e non su gessi, a valutare criticamente l'accuratezza di ciò che si sta scansionando. È una competenza di sistema, e il mercato formativo la offre meno volentieri perché non vende un prodotto. Con l'intelligenza artificiale il discorso si ripete, con una complicazione normativa in più. La legge 23 settembre 2025, n. 132, all'articolo 7, stabilisce che i sistemi di IA in sanità sono un supporto a prevenzione, diagnosi e cura, mentre la decisione resta sempre in capo al professionista. La norma prevede anche che il paziente sia informato dell'uso di questi strumenti. Resta invece aperto il tema della responsabilità quando l'algoritmo sbaglia e il clinico lo segue, o quando il clinico lo ignora e sbaglia lui.

Tradotto nello studio dentistico: chi usa un software di analisi radiografica con IA deve saperne leggere i limiti, documentare il proprio giudizio, spiegarlo al paziente. Non è una competenza che si improvvisa. Una scoping review pubblicata quest'anno su Dentistry Journal, che ha raccolto sette studi per 1.772 partecipanti, rileva tra ortodontisti e specializzandi conoscenze sull'IA ancora limitate e un ampio consenso a inserirla nei programmi formativi. Negli Stati Uniti, dove l'adozione è più avanti, un'indagine dell'ADA Health Policy Institute indica che oltre due dentisti su cinque usano l'IA per almeno un'attività, ma meno di uno su venti la impiega per le raccomandazioni terapeutiche. Il modello che si sta delineando è quello di un'odontoiatria assistita dall'IA, non guidata dall'IA. Ed è esattamente il modello che richiede più formazione, non meno.

 

Il team: la formazione degli altri è anche affare del titolare

Lo sviluppo professionale in odontoiatria non è più una questione individuale. Lo studio è un'organizzazione con figure diverse, ciascuna con il proprio percorso e i propri obblighi, e il titolare ne risponde nei fatti. Per l'assistente di studio odontoiatrico il quadro è definito dal DPCM del 9 febbraio 2018: qualifica da 700 ore, di cui 300 di teoria ed esercitazioni e 400 di tirocinio. Dopo la qualifica, e anche per chi ne era esentato, scatta l'obbligo di almeno 10 ore di aggiornamento l'anno, con corsi approvati dall'Ordine dei medici e degli odontoiatri competente. Dieci ore sono poche, ed è proprio per questo che conviene sceglierle con cura: sterilizzazione e tracciabilità, gestione delle emergenze, flusso digitale, comunicazione con il paziente. Un'ASO che sa preparare una scansione o gestire un archivio di immagini è una leva organizzativa concreta.

Più delicato il fronte degli igienisti dentali. Proprio in questi giorni la CAO nazionale ha scritto al ministro Schillaci, in risposta alle iniziative della Commissione d'albo degli igienisti sull'autonomia professionale. La lettera richiama il DM 137/1999, che colloca l'attività dell'igienista su indicazione dell'odontoiatra, e le sentenze del Consiglio di Stato (n. 1703/2020) e del TAR Marche (n. 752/2026), secondo cui a legislazione vigente non è configurabile uno studio di igiene dentale autonomo ed esclusivo, senza la compresenza dell'odontoiatra. Al di là del merito della contesa, che resta aperta, c'è un risvolto formativo che si tende a trascurare. Se il modello di riferimento è quello di un percorso clinico integrato tra odontoiatra e igienista, allora l'integrazione va costruita anche in aula: protocolli condivisi di prevenzione e mantenimento parodontale, criteri comuni di richiamo, linguaggio comune con il paziente. Eppure i momenti formativi pensati per l'équipe, e non per la singola professione, restano l'eccezione più che la regola. Viene il sospetto che una parte delle tensioni tra le due categorie nasca anche da qui.

 

Cosa resta da decidere (e chi deve farlo)

Mettendo insieme i pezzi, il quadro è questo. Un sistema ECM che misura bene la quantità ma premia temi generali più che le competenze cliniche specifiche. Una formazione specialistica universitaria minuscola rispetto alla platea, finanziata tardi e poco. Una trasformazione digitale che corre più veloce della capacità di governarla. E un team di studio sempre più articolato, i cui percorsi formativi raramente si incontrano. Nessuno di questi nodi si scioglie nello studio del singolo professionista. Ma alcune scelte sì. Usare i primi due anni del triennio per costruire un dossier formativo vero, non di facciata. Pretendere dai corsi sul digitale qualcosa in più dell'addestramento al dispositivo. Mettere in agenda almeno un momento formativo l'anno pensato per tutta l'équipe. E, quando si sceglie un corso, chiedersi che cosa si saprà fare il lunedì successivo che non si sapeva fare il venerdì prima.

Sul fronte istituzionale, la partita più urgente è quella delle scuole di specializzazione. Il fabbisogno nazionale previsto scende da 451 a 429 specialisti in tre anni, e la borsa resta sotto i 400 euro lordi al mese. Se il Paese ritiene davvero che l'odontoiatria specialistica serva al Servizio sanitario, deve trattarla di conseguenza. Altrimenti continuerà a formarsi altrove, nel mercato privato, con standard eterogenei e senza un titolo che li certifichi.


Fonti

L'autore

Debora Amato
Debora Amato, Web & Magazine content editor di Bplus Agenzia di comunicazione odontoiatrica e medicale.
Materiale informativo
Non ci sono materiali per questa news.
Video
Non ci sono video per questa news.
A cura di
Redazione Infodent
Via Teverina, 64D
Viterbo (VT)
T. 0761-3931 E. info@infodent.it W. https://www.infodent.it
AnnunciVedi tutti
Azienda
Offro
Azienda
Cerco