L’obiettivo è ridurre gli effetti collaterali tipici dei FANS tradizionali, come problemi gastrici o cardiovascolari.
La ricerca si inserisce nel campo emergente della fotofarmacologia, che utilizza stimoli luminosi per modulare l’attività dei farmaci nello spazio e nel tempo. Questa tecnologia potrebbe aprire la strada a terapie più precise per tutte le condizioni cliniche in cui l’infiammazione gioca un ruolo chiave.
Il progetto, coordinato dai gruppi dei professori Carlo Matera e Giovanni Grazioso, docenti di Chimica Farmaceutica all’Università di Milano, insieme alla professoressa Anna Pistocchi, docente di Biologia Cellulare e Applicata, ha portato allo sviluppo dei cosiddetti “photocoxibs”. Queste molecole funzionano come interruttori: assumono una configurazione attiva (forma cis) quando esposte a luce UV, in grado di inibire selettivamente l’enzima COX-2 responsabile dell’infiammazione, e ritornano alla forma inattiva (trans) al buio, riducendo l’azione sui tessuti sani.
I test in laboratorio e su modelli cellulari hanno confermato l’efficacia di questi farmaci, mentre le valutazioni in vivo su zebrafish hanno dimostrato una significativa riduzione della migrazione dei leucociti verso le aree infiammate, con un controllo reversibile dell’attività grazie alla luce. Il composto più promettente, PC6, ha mostrato fino a cinque volte maggiore potenza nella forma attivata rispetto allo stato iniziale.
Secondo gli autori, i photocoxibs rappresentano un passo importante verso farmaci antinfiammatori più sicuri e mirati, aprendo scenari applicativi non solo per le malattie infiammatorie comuni, ma anche in contesti oncologici dove l’infiammazione contribuisce alla progressione tumorale.

