Era il 1775, anno della battaglia di Bunker Hill, quando in Massachusetts si compì la prima identificazione odontoiatrica forense della storia. A effettuarla fu Paul Revere, artigliere americano e odontoiatra, che riconobbe il corpo del suo amico Joseph Warren grazie a un manufatto dentale da lui stesso realizzato. Un episodio fortuito, ma destinato a segnare l’inizio dell’odontologia forense, oggi branca consolidata della medicina legale con un ruolo fondamentale nella giustizia e nelle investigazioni.
La prima identificazione dentale della storia
Durante la battaglia di Bunker Hill, il maggiore Joseph Warren fu ucciso da un colpo al volto e sepolto in una fossa comune.
Nove mesi dopo, i suoi fratelli e Paul Revere riesumarono il corpo, ormai irriconoscibile. Revere, che tempo prima aveva modellato il cablaggio della dentiera di Warren, riuscì a identificarlo grazie al riconoscimento delle protesi in avorio utilizzate per sostituire il canino superiore sinistro e il primo premolare.
Fu così che, 250 anni fa, nacque il principio dell’identificazione forense attraverso l’analisi dentale.
Dall’intuizione di Revere alla scienza moderna
Oggi, l’odontologia forense è considerata un elemento chiave in casi di riconoscimento difficoltoso, in combinazione con le analisi del DNA e le impronte digitali.
Questa disciplina ha permesso di dare un nome alle vittime di disastri naturali e incidenti aerei, ai migranti deceduti senza documenti e a casi di omicidio in cui l’identificazione visiva era impossibile.
È spesso determinante anche quando il DNA non è più disponibile o risulta danneggiato, come nei corpi carbonizzati o in stato di decomposizione avanzata. Denti, ossa e manufatti odontoiatrici resistono a temperature elevate e possono fornire dati affidabili sull’identità e sulle circostanze della morte.
Buone pratiche internazionali
L’attività forense in ambito odontoiatrico richiede la collaborazione di odontoiatri forensi, medici legali, antropologi e tecnici delle impronte digitali.
Sempre più studi dentistici, in Italia e all’estero, contribuiscono alla raccolta di radiografie e cartelle cliniche ante mortem, fondamentali per il confronto con i dati post mortem. Tuttavia, i protocolli variano molto da paese a paese.
Nei paesi scandinavi, oltre il 50% delle protesi rimovibili è marcato con codici identificativi unici.
In Svizzera, è stato introdotto un sistema di dischetti ignifughi inseriti nello smalto dentale con un codice di 13 caratteri.
In Germania, Austria e nei Cantoni svizzeri di lingua tedesca, la Kriminalpolizei pubblica regolarmente odontogrammi e fotografie di cadaveri non identificati per agevolare i confronti.
In Australia, i dati odontoiatrici vengono caricati dopo sessanta giorni dalla scomparsa nel National Missing Persons Coordination Centre (NMPCC), parte della Polizia Federale Australiana (AFP).
Negli Stati Uniti, il National Dental Image Repository, gestito dall’FBI, archivia e confronta immagini e dati di persone scomparse e vittime senza nome.
Dai social ai database: i nuovi strumenti
Un’idea innovativa arriva dall’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Torino e dall’Association Forensic Odontology and Human Rights (AFOHR): il progetto “Selfie Forensic ID”.
L’iniziativa valorizza le informazioni dentali visibili nelle foto pubblicate sui social media – come protesi, piercing o anomalie – che possono rivelarsi utili per riconoscimenti post mortem. Un semplice selfie, dunque, può trasformarsi in un elemento di identificazione forense.
La ricerca scientifica continua a evolversi, con l’obiettivo di ottenere analisi più rapide, precise e affidabili.
L’odontologia forense celebra oggi 250 anni di storia, ma resta un campo in pieno sviluppo, dove tecnologia, etica e scienza continuano a collaborare per restituire identità e giustizia a chi non può più parlare.
Fonte e photo credits: Il Punto Quotidiano


