Conservativa, approcci a minimo intervento sono sottoutilizzati
05 Febbraio 2024
bambino in visita dal dentista
La lesione cariosa in età pediatrica può essere affrontata con successo con tecniche a minimo intervento, come l’Atraumatic restorative treatment e la Selective carious tissue removal, frenate però da resistenze culturali, scarsa informazione e fattori economici.

La gestione clinica della lesione cariosa in età pediatrica, indicativamente fino ai 10 anni, non è facile e di solito viene riferita a specialisti in pedodonzia.
In Italia la lesione cariosa non complicata del dente deciduo è, ancora oggi, principalmente trattata con un approccio tradizionale e invasivo: rimozione del tessuto cariato e posizionamento di un materiale da restauro per otturare la cavità preparata. L’approccio invasivo alla lesione cariosa prevede, inevitabilmente, l’impiego di strumenti rotanti e, spesso, il ricorso all’anestesia locale, entrambe manovre in grado di suscitare nel bambino sentimenti di paura, angoscia e un vissuto che identifica l’ambiente odontoiatrico come ostile e minaccioso.
Le conseguenti difficoltà del bambino nel farsi trattare si traducono anche in una notevole dose di stress per l’operatore odontoiatrico e anche per il genitore, il cui ruolo è estremamente importante in quanto può avere un atteggiamento verso il bambino che facilita le operazioni dell’odontoiatra, oppure manifestare palesemente le sue preoccupazioni per l’intervento e, dunque, complicare parecchio la seduta odontoiatrica.
Il minimo intervento in odontoiatria è allora un tema estremamente attuale in odontoiatria conservativa, frenato però da resistenze culturali alla completa introduzione di questi principi nel bagaglio operativo dell’odontoiatra.

Il minimo intervento in odontoiatria conservativa

Un recente articolo comparso sul British Dental Journal ha indagato, mediante una revisione della letteratura, le principali manovre con minimo intervento nel trattamento della lesione cariosa non complicata nel paziente pediatrico e quali sono le difficoltà di una completa introduzione dei principi della mininvasività in odontoiatria. L’autrice ha trovato 67 pubblicazioni sull’argomento e i temi trattati riguardavano sia la diagnosi della lesione cariosa, sia il suo trattamento e il controllo a distanza. In merito al trattamento, gli approcci minimamente invasivi maggiormente descritti in letteratura riguardano la tecnica Art (Atraumatic restorative treatment) e la Selective carious tissue removal (Scr).
La tecnica Art non prevede l’impiego degli strumenti rotanti per la rimozione del tessuto cariato ma esclusivamente l’utilizzo di escavatori a mano e il riempimento della cavità prodotta con un cemento vetro-ionomerico, escludendo così il ricorso a procedure adesive smalto-dentinali e resine composite.
La selective carious tissue removal (scr) è tra le procedure cliniche con maggior significato di minimo intervento, in quanto prevede la rimozione del tessuto cariato infetto da tutta la cavità, lasciando uno strato di dentina affetta (leathery dentine) sul fondo cavitario al fine di evitare complicanze pulpari.

Gli ostacoli da superare

Nell’ultima parte della pubblicazione l’autrice fa una disamina su quali sono i principali fattori che impediscono all’approccio con minimo intervento di divenire parte integrante della pratica clinica quotidiana di tutti gli odontoiatri.
Un primo elemento da considerare riguarda la difficoltà ad abbandonare i concetti tradizionali acquisiti durante il periodo di studi e sostituirli, parzialmente o completamente, con i principi del minimo intervento nei confronti della lesione cariosa. Questo infatti non fa parte del programma dei corsi di laurea specialistica in odontoiatria e, dunque, non viene insegnato agli studenti.
Clinicamente molti odontoiatri applicano gli oramai obsoleti principi della preparazione cavitaria secondo Black (extension for prevention) che prevede un notevole sacrificio di tessuto dentale sano e l’impiego di strumenti rotanti, senza prendere in considerazione che è possibile mantenere in situ del tessuto dentinale affetto da carie attraverso i principi della Scr, riducendo così al minimo l’impiego degli strumenti rotanti.
Un secondo elemento che si “oppone” all’approccio minimamente invasivo, condivisibile per altro, è legato al fatto che esistono evidenze scientifiche in merito all’efficacia del minimo intervento nei confronti della lesione cariosa, ma non esistono evidenze scientifiche che confrontano la percentuale di successo delle procedure invasive tradizionali rispetto a quelle con minimo intervento.

Più tempo e meno soldi

Il risvolto economico è altresì importante.
Tra le procedure a minimo intervento nei confronti della lesione cariosa è possibile annoverare le misure d’igiene orale professionale e le istruzioni domiciliari. L’autrice si chiede quanti odontoiatri siano disposti a sacrificare parte del loro tempo operativo per una prestazione poco remunerativa come quella sopraccitata.
Acquisire i principi dell’intervento minimamente invasivo richiede una formazione specifica, del tempo da dedicare all’acquisizione dei nuovi principi e, di conseguenza, una riduzione del tempo operativo riferito all’attività clinica.
Un ultimo elemento riguarda il fatto che la nomenclatura non è univoca. In letteratura esistono diversi sinonimi di questo approccio come, ad esempio, odontoiatria minimamente invasiva (Mid, mini invasive dentistry) oppure cura orale mediante minimo intervento (Mioc, minimum intervention oral care). Un unico termine per indicare il minimo intervento in odontoiatria sarebbe preferibile, al fine di evitare la coesistenza di concetti che fanno riferimento ad un’unica filosofia.

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Fonte: nature

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