INFODENT_8-9_2026

È online la rivista digitale di Agosto-Settembre.

Scanner intraorali e desktop scanner verso una nuova maturità
Lina Ermocida, General Manager 3Shape Italia
Intervista a Lina Ermocida, General Manager Italia per 3Shape. Meno focus sull'hardware, più attenzione a software, dati e continuità operativa.

 

Negli ultimi anni si è parlato moltissimo di accuratezza degli scanner intraorali. Oggi, per un professionista esperto, ha ancora senso scegliere un dispositivo partendo soltanto dai micron dichiarati?

Direi di no, o perlomeno non più. I valori di accuratezza restano importanti, ma oggi rischiano di rappresentare un parametro troppo isolato rispetto alla realtà clinica quotidiana. La differenza concreta non si gioca tanto sul singolo dato numerico, quanto sulla prevedibilità complessiva del workflow. Uno scanner può performare molto bene in condizioni ideali e poi mostrare criticità in presenza di saliva abbondante, margini subgengivali, restauri riflettenti o scansioni full-arch implantari. Inoltre, nella pratica reale bisogna considerare anche la variabilità dell’operatore e la stabilità degli algoritmi di acquisizione.

Negli ultimi anni la letteratura ha evidenziato come, soprattutto nei casi estesi, il problema delle deviazioni cumulative e dello stitching error sia ancora molto attuale. Per questo oggi chi investe in uno scanner evoluto guarda sempre di più all’ecosistema software, alla velocità di elaborazione, alla gestione delle superfici difficili e all’interoperabilità con CAD, CAM e librerie implantari. In sostanza, il mercato sta progressivamente spostando l’attenzione dall’hardware puro all’affidabilità dell’intero sistema digitale.

 

Molti laboratori sostengono che il vero collo di bottiglia del worflow digitale non sia più l'acquisizione dell'impronta, ma la gestione dei dati. È d’accordo?

Direi di sì. Fino a qualche anno fa il problema principale era ottenere una scansione sufficientemente accurata. Oggi, nella maggior parte dei casi clinici quotidiani, questo obiettivo è stato raggiunto. La vera complessità si è spostata sulla gestione intelligente del dato digitale. 

Ogni giorno vengono generati enormi volumi di informazioni: STL, PLY, immagini fotografiche, CBCT, scansioni facciali, progettazioni CAD, librerie implantari. Il punto critico non è più soltanto “acquisire”, ma integrare tutto in modo coerente e fluido. Per i laboratori odontotecnici questo significa ricevere file puliti, leggibili e soprattutto interoperabili. Per il clinico significa ridurre incompatibilità software, passaggi inutili e tempi morti. Oggi il valore reale di una piattaforma digitale si misura molto anche sulla qualità del cloud sharing, sulla collaborazione in tempo reale con il laboratorio e sulla capacità dei software di automatizzare parte del workflow. Paradossalmente, il rischio attuale non è avere pochi dati, ma averne troppi e gestirli male.

 

A proposito di AI: nel dentale si parla spesso di inelligenza artificiale in modo molto generico. Dove vede oggi applicazioni realmente mature negli scanner intraorali e da banco?

Le applicazioni realmente mature dell'intelligenza artificiale nel digitale dentale sono spesso quelle meno visibili. Oggi l'AI opera soprattutto in background, migliorando qualità, stabilità e ripetibilità del workflow senza necessariamente essere percepita dall'operatore.

Si pensi, ad esempio, al riconoscimento automatico delle aree mancanti, al filtraggio dei tessuti molli mobili, all'identificazione dei margini di preparazione o all'allineamento automatico delle scansioni. Si tratta di funzioni che riducono il margine d'errore e velocizzano in modo significativo le fasi operative. 
La vera evoluzione sta nel fatto che questi sistemi stanno riducendo la dipendenza dall'esperienza individuale dell'operatore. Non si tratta di sostituire il professionista, ma di rendere il risultato più standardizzato e prevedibile. Questo si traduce in una maggiore uniformità del dato tra operatori, strutture e condizioni operative, e diventa particolarmente rilevante nei grandi studi e nei laboratori con più flussi di lavoro paralleli, dove la ripetibilità del dato è funzionale al mantenimento di uno standard qualitativo costante e controllato del workflow complessivo.

In prospettiva, è plausibile aspettarsi una crescita dell'AI predittiva, in grado di intercettare incongruenze protesiche o potenziali criticità produttive già prima della fase CAD definitiva, contribuendo così a un ulteriore consolidamento.

 

Gli scanner da banco sembrano ricevere oggi meno attenzione mediatica rispetto agli intraorali. Eppure molti laboratori continuano a considerarli indispensabili. Perché?

Perché svolgono un ruolo completamente diverso. Lo scanner intraorale è uno strumento clinico pensato per acquisire il cavo orale del paziente. Lo scanner desktop, invece, rimane una piattaforma industriale ad alta stabilità.

Nel laboratorio odontotecnico, soprattutto nei centri con volumi elevati, il desktop scanner continua ad avere vantaggi molto concreti in termini di ripetibilità, controllo delle condizioni di scansione e standardizzazione del workflow. In implantologia avanzata, nei lavori full-arch o nella gestione di strutture complesse, lo scanner da banco resta spesso il cuore produttivo del laboratorio. Quello che sta cambiando non è tanto il valore del desktop scanner, quanto il rapporto tra le due tecnologie. Sempre più spesso intraorale e scanner da banco lavorano insieme all’interno dello stesso ecosistema digitale, piuttosto che come alternative.

 

Uno dei temi più discussi tra odontotecnici esperti riguarda i file aperti e i sistemi chiusi. Il mercato sta andando davvero verso l'open architecture?

Direi che il mercato ci sta andando quasi inevitabilmente.Oggi i professionisti lavorano in ecosistemi molto articolati: software CAD differenti, centri di fresaggio esterni, stampanti 3D, librerie implantari multiple e workflow sempre più personalizzati. In questo scenario, i sistemi completamente chiusi rischiano di diventare un limite operativo.

Detto questo, bisogna essere realistici: anche molte piattaforme dichiarate “open” mantengono comunque componenti proprietarie. La vera differenza oggi non è tanto tra open e closed, ma tra sistemi che facilitano la collaborazione e sistemi che la ostacolano. Un laboratorio moderno deve poter scegliere liberamente software, hardware e partner produttivi senza vincoli eccessivi.

Credo che nei prossimi anni la competitività dei produttori si giocherà sempre di più sulla qualità delle integrazioni software e meno sull’hardware puro.

 

Nei workflow implantari full-arch si parla sempre più spesso di fotogrammetria intraorale. Ritiene che possa sostituire gli scanner intraorali tradizionali?

Più che sostituirli, penso che li completerà, in quanto la fotogrammetria nasce per affrontare un problema molto specifico: aumentare l’accuratezza tridimensionale nella registrazione di impianti multipli riducendo le deviazioni cumulative tipiche delle scansioni molto estese.Nelle riabilitazioni complete implantari i risultati sono estremamente interessanti, soprattutto dal punto di vista della precisione passiva.

In ogni caso, sarebbe sbagliato immaginare la fotogrammetria come una tecnologia autonoma. Lo scanner intraorale continua a essere indispensabile per acquisire tessuti molli, estetica, morfologia dentale e rapporti occlusali. Quello che vedremo sempre di più sarà un workflow ibrido, nel quale scanner intraorale, fotogrammetria, CBCT e software di integrazione lavoreranno simultaneamente. La vera sfida sarà rendere tutto questo semplice e sostenibile nella routine clinica quotidiana.

 

Alcuni clinici lamentano che l'evoluzione software degli scanner sia diventata quasi più importante dell'hardware stesso. È una percezione corretta?

Oggi molti scanner di fascia alta hanno raggiunto livelli hardware molto simili tra loro. Sensori, ottiche e velocità di acquisizione tendono progressivamente ad allinearsi. La differenza reale si sta spostando sul software. Gli aggiornamenti continui modificano concretamente l’esperienza clinica: algoritmi più rapidi, miglior gestione dei margini, nuove funzioni AI, integrazione cloud e automazioni CAD possono cambiare radicalmente il workflow senza alcuna modifica dell’hardware. Questo introduce un concetto relativamente nuovo nel dentale: lo scanner non è più un dispositivo statico, ma una piattaforma evolutiva.

Per questo oggi chi investe in uno scanner dovrebbe valutare non solo le performance attuali, ma anche la capacità del produttore di sviluppare e aggiornare il software nel tempo.

 

La digitalizzazione viene spesso associata a produttività e velocità. Ma esiste anche un tema di sostenibilità?

Sì, ed è un tema che sta emergendo con sempre maggiore forza. La sostenibilità non riguarda soltanto la riduzione dei materiali da impronta tradizionali. Bisogna considerare anche la diminuzione delle spedizioni fisiche, la riduzione dei rifacimenti, l’ottimizzazione produttiva e la possibilità di produrre on demand.

In laboratorio questo significa meno gesso, meno materiali monouso e una gestione più efficiente delle risorse. Naturalmente esiste anche il rovescio della medaglia. Server cloud, consumo energetico, obsolescenza tecnologica e turnover rapido dei dispositivi sono aspetti che il settore dovrà affrontare in modo sempre più concreto. Per questo motivo, oggi parlare di sostenibilità digitale significa anche parlare di durata dei dispositivi, aggiornabilità software, riparabilità e continuità del supporto tecnico. Probabilmente nei prossimi anni il concetto di “ciclo di vita digitale” diventerà centrale anche nel dentale.

 

Oggi si parla sempre di più di "digital patient" e integrazione dei dati clinici. A suo parere, quanto cambierà questo approccio il ruolo degli scanner dentali nei prossimi anni?

Cambierà radicalmente il concetto stesso di scanner, perché fino a oggi abbiamo considerato scanner intraorali e desktop scanner principalmente come strumenti di acquisizione. Nei prossimi anni diventeranno invece nodi centrali di un ecosistema digitale molto più ampio, capace di integrare dati anatomici, funzionali ed estetici all’interno di un’unica piattaforma operativa.

Il concetto di “digital patient” nasce proprio da qui: non avere più informazioni separate — impronta digitale, CBCT, fotografie, scansioni facciali, analisi occlusali — ma un modello virtuale completo del paziente continuamente aggiornabile. Questo avrà implicazioni enormi non solo in protesi, ma anche in implantologia, ortodonzia, chirurgia guidata e monitoraggio nel tempo. Probabilmente assisteremo a una crescente automazione di alcune fasi operative. Marginazione, allineamenti, controllo qualità e progettazioni preliminari saranno sempre più supportati dall’intelligenza artificiale e dall’integrazione dei dataset.

Credo sia importante chiarire un punto: il valore dello scanner non sarà più legato soltanto alla capacità di “catturare immagini”, ma alla qualità con cui riuscirà a dialogare con l’intero ecosistema digitale dello studio e del laboratorio. In altre parole, il vero salto tecnologico non sarà avere scanner più veloci, ma sistemi capaci di trasformare dati complessi in decisioni cliniche più prevedibili e personalizzate.

 


 

L'intervistata

Ritratto di Lina Ermocida
Lina Ermocida,

 General Manager Italia per 3Shape

Executive con oltre 20 anni di esperienza nel medical device, oggi General Manager Italia per 3Shape. Ha ricoperto ruoli di vertice guidando P&L complessi, crescita sostenuta, sviluppo di team e trasformazioni organizzative in contesti internazionali. 

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