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Odontoiatria digitale, quando l'efficienza rischia di aumentare gli interventi
tablet con cbct
CBCT, intelligenza artificiale e flussi CAD/CAM rendono diagnosi e trattamenti più rapidi. Ma la maggiore facilità d'uso può abbassare la soglia clinica per richiedere esami o intervenire.

Una tecnologia più efficiente dovrebbe consentire di ottenere lo stesso risultato con meno risorse. In odontoiatria, però, può verificarsi anche l’effetto opposto: quando un esame o una procedura diventano più rapidi, accessibili e semplici da eseguire, il loro impiego tende ad aumentare. È il cosiddetto “effetto rebound”, un concetto nato nell’ambito economico e ambientale e applicato alla pratica odontoiatrica da M. Turky in un contributo pubblicato sul British Dental Journal.

Il problema non è la tecnologia in sé. Scanner intraorali, CBCT, sistemi CAD/CAM e software basati sull’intelligenza artificiale hanno migliorato precisione, comunicazione e organizzazione dei flussi di lavoro. Il punto è capire se l’efficienza produca sempre cure più appropriate oppure, in alcuni casi, favorisca esami aggiuntivi e trattamenti che con strumenti meno accessibili sarebbero stati valutati con maggiore prudenza.

 

Dalla maggiore efficienza alla maggiore frequenza

L’effetto rebound descrive un paradosso: riducendo il costo, il tempo o la difficoltà di utilizzo di una risorsa, il consumo complessivo può crescere. Trasferito in odontoiatria, questo principio suggerisce che la disponibilità immediata di strumenti diagnostici avanzati possa modificare la percezione della necessità clinica. Una procedura un tempo riservata ai casi complessi può progressivamente entrare nella routine, anche quando un esame tradizionale o un periodo di osservazione sarebbero sufficienti.

Secondo Turky, questo cambiamento non nasce necessariamente da finalità commerciali o da comportamenti scorretti. Nella maggior parte dei casi, il professionista cerca una maggiore certezza diagnostica e un risultato migliore per il paziente. Tuttavia, la possibilità di acquisire rapidamente più informazioni riduce le barriere che, in passato, inducevano a selezionare con maggiore attenzione le indicazioni.

 

CBCT: più informazioni, ma non sempre più appropriatezza

La tomografia computerizzata “cone beam” ha trasformato la diagnostica in implantologia, endodonzia, chirurgia orale e ortodonzia. La diffusione delle apparecchiature e l’evoluzione dei software di interpretazione hanno reso l’esame più facile da integrare nella pratica clinica.

Proprio questa disponibilità può però favorire un aumento delle prescrizioni. Nei casi in cui radiografie bidimensionali e valutazione clinica possono fornire elementi sufficienti, il ricorso alla CBCT dovrebbe essere motivato da un beneficio diagnostico concreto.

Ogni esame tridimensionale comporta infatti un’esposizione alle radiazioni ionizzanti, oltre alla produzione di una grande quantità di dati che devono essere interpretati, archiviati e protetti. L’efficienza tecnica non sostituisce quindi la valutazione del rapporto tra beneficio e rischio.

Per il professionista, la domanda resta essenziale: il risultato della CBCT può cambiare realmente la diagnosi o il piano di trattamento? Quando la risposta è incerta, la disponibilità dello strumento non dovrebbe diventare da sola un’indicazione all’esame.

 

Intelligenza artificiale e rischio di sovradiagnosi

L’integrazione dell’intelligenza artificiale nella diagnostica odontoiatrica potrebbe accentuare ulteriormente il fenomeno. I sistemi di supporto possono individuare alterazioni radiografiche, evidenziare profili di rischio e proporre diagnosi differenziali con una sensibilità elevata. Una maggiore sensibilità non coincide però automaticamente con una maggiore rilevanza clinica. Piccole radiotrasparenze, varianti anatomiche o indicatori probabilistici possono attirare l’attenzione del clinico pur non richiedendo un intervento immediato.

Il rischio è l’avvio di una sequenza di approfondimenti: un’anomalia segnalata dal software conduce a una nuova immagine, a un controllo ravvicinato o a una procedura preventiva. In assenza di una valutazione critica, l’IA può quindi aumentare il numero di accertamenti invece di migliorare soltanto la qualità delle decisioni.

Il ruolo dell’odontoiatra rimane decisivo. Il sistema algoritmico può segnalare e classificare, ma spetta al professionista interpretare il dato alla luce della storia clinica, dei sintomi e dell’evoluzione nel tempo.

Una dinamica simile riguarda i flussi digitali: lo scanner intraorale permette di ripetere rapidamente un’impronta; l’archiviazione cloud facilita la conservazione di numerosi file; i sistemi CAD/CAM riducono i tempi necessari per progettare e produrre un restauro.

Questi vantaggi sono concreti e possono migliorare l’esperienza del paziente. Al tempo stesso, la semplicità di ripetere una scansione o ampliare una progettazione può abbassare la soglia per acquisire nuovi dati, modificare un piano terapeutico o estendere un trattamento.

 

Efficienza e proporzionalità non sono sinonimi

L’aspetto più rilevante del contributo pubblicato sul British Dental Journal è la distinzione tra efficienza e proporzionalità. Uno strumento può rendere una procedura più veloce e precisa senza rendere automaticamente necessaria quella procedura. Ogni intervento ha conseguenze. L’aumento dell’imaging comporta una maggiore esposizione radiologica e nuove esigenze di gestione dei dati. Un trattamento restaurativo anticipato può invece avviare il paziente verso un ciclo di sostituzioni successive, con progressiva perdita di tessuto dentale.

L’alternativa non è rifiutare l’innovazione, ma governarla. Servono indicazioni cliniche esplicite, audit periodici, formazione sull’interpretazione dei risultati e attenzione al rischio di sovradiagnosi. Anche i sistemi di intelligenza artificiale dovrebbero essere valutati per il loro impatto sulle decisioni, non soltanto per l’accuratezza con cui riconoscono un’immagine.

La maturità digitale di uno studio non si misura dal numero di tecnologie utilizzate. Si misura dalla capacità di scegliere quando usarle e, soprattutto, quando non usarle.

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