INFODENT_8-9_2026

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Mantenitori di spazio pediatrici: una tecnica analogica per recuperare funzione ed estetica
Mantenitori di spazio pediatrici: una tecnica analogica per recuperare funzione ed estetica
Un caso clinico propone un dispositivo fisso costruito con materiali convenzionali, senza fili ortodontici, saldatura laser o workflow CAD-CAM. A 12 mesi lo spazio estrattivo risultava conservato, con contatti occlusali stabili e sviluppo regolare del permanente successore.

La perdita precoce di un molare deciduo non lascia soltanto uno spazio vuoto. Nei mesi successivi all’estrazione possono verificarsi migrazioni dentarie, riduzione della lunghezza d’arcata, estrusione dell’antagonista e alterazioni dell’occlusione. Una parte consistente della perdita di spazio, soprattutto nell’arcata mandibolare, può avvenire entro i primi sei mesi: il momento dell’intervento conta quanto la scelta del dispositivo.

Il mantenitore a banda e ansa resta una soluzione diffusa per la perdita unilaterale di un molare deciduo. È semplice, relativamente economico e conserva la distanza mesiodistale. Ha però un limite strutturale: non sostituisce la superficie occlusale del dente estratto. Non ristabilisce quindi il contatto con l’antagonista e offre un contributo ridotto alla masticazione e al mantenimento della dimensione verticale.

Nel Journal of Esthetic and Restorative Dentistry, Luciana Duarte Caldas e colleghi descrivono una tecnica semplificata per costruire un mantenitore di spazio fisso, estetico e funzionale attraverso un workflow prevalentemente analogico. L’obiettivo è riprodurre l’anatomia del molare deciduo perduto, mantenere lo spazio e ristabilire il contatto occlusale, evitando alcune delle fasi che rendono più complessi i dispositivi funzionali tradizionali.

 

Il caso clinico: un primo molare deciduo senza possibilità di recupero

Il trattamento ha riguardato una bambina o un bambino di 4 anni con elevato rischio di carie e grave compromissione del primo molare deciduo inferiore destro, l’elemento 84. L’esame clinico e la radiografia periapicale mostravano distruzione coronale estesa, interessamento della forcazione e riassorbimento irregolare della radice distale.

Il permanente successore, il 44, si trovava ancora in una fase iniziale di sviluppo, classificata dagli autori come stadio 5 di Nolla e stadio C di Demirjian. L’estrazione risultava indicata, ma la distanza temporale dall’eruzione del premolare rendeva necessario preservare lo spazio.

 

L’anatomia del dente come matrice

Prima dell’estrazione è stata selezionata e adattata una banda ortodontica sul secondo molare deciduo, il 85. Gli operatori hanno quindi rilevato un’impronta di trasferimento conservando i rapporti anatomici originari. La porzione dell’impronta corrispondente all’84 è stata riempita con resina acrilica del colore del dente. Dopo la polimerizzazione, il resto dell’impronta è stato colato in gesso per ottenere il modello di lavoro. In questo modo, il prototipo acrilico non nasce da un dente standard scelto approssimativamente, ma riproduce la morfologia e le dimensioni dell’elemento presente prima dell’estrazione.

Questa scelta ha un valore clinico concreto. Contorni, ampiezza mesiodistale e morfologia occlusale possono influenzare intercuspidazione, traiettoria eruttiva e stabilità dello spazio. La tecnica prova quindi a conservare l’architettura preesistente invece di limitarsi a impedire l’avvicinamento dei denti adiacenti.

 

Funzione occlusale e rispetto degli spazi fisiologici

Dopo la cementazione della banda con vetroionomero, gli operatori hanno verificato i contatti occlusali e apportato gli eventuali aggiustamenti. La superficie anatomica del prototipo consente al dispositivo di partecipare all’occlusione, a differenza della semplice ansa metallica sospesa nello spazio edentulo. Un altro elemento discusso nello studio riguarda il rispetto dello spazio primate distale al canino deciduo. Le estensioni rigide di alcuni mantenitori possono interferire con questi diastemi fisiologici, utili per accogliere la dentizione permanente. 

 

Cosa dimostra il controllo a 12 mesi

Al follow-up clinico e radiografico dopo un anno, gli autori hanno osservato:

  • mantenimento della larghezza mesiodistale dello spazio;
  • contatti occlusali stabili;
  • assenza di estrusione significativa dell’antagonista;
  • sviluppo radicolare regolare del permanente successore;
  • assenza di fratture, decementazione, irritazione dei tessuti molli o movimenti dentari indesiderati.

Il valore della tecnica non risiede nell’essere più sofisticata del digitale. È l’opposto: cerca di ottenere un risultato anatomico e funzionale con strumenti convenzionali e passaggi riproducibili. Per il pedodontista può rappresentare un’opzione nei casi in cui il mantenimento della sola lunghezza d’arcata non sia considerato sufficiente.

Rimane però un dispositivo inserito in una bocca in crescita. Deve essere controllato periodicamente, modificato o rimosso quando l’eruzione del permanente lo richiede. Un mantenitore di spazio non è una soluzione statica: è parte di una terapia intercettiva che deve seguire l’evoluzione della dentizione.

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