Come evidenziato nella mini-review pubblicata sul World Journal of Methodology, il controllo dei tessuti gengivali durante le procedure restaurative non è solo una questione tecnica, ma un elemento chiave per garantire precisione, longevità e successo clinico delle riabilitazioni protesiche.
Secondo gli autori, la qualità di una protesi fissa dipende in larga misura dalla corretta registrazione dei margini di finitura dei monconi. Quando questi si trovano a livello o al di sotto del margine gengivale, l’impronta – analogica o digitale – diventa altamente tecnica e sensibile. Una gestione inadeguata dei tessuti molli può tradursi in discrepanze marginali, con conseguenze cliniche rilevanti: infiltrazioni, infiammazione gengivale, sensibilità dentinale e riduzione della durata della restaurazione.
Lo studio sottolinea come una larghezza del solco gengivale inferiore a 0,2 mm aumenti significativamente il rischio di difetti nell’impronta, con strappi del materiale o bolle in corrispondenza dei margini protesici.
La review propone una classificazione dettagliata delle tecniche di retrazione gengivale, distinguendole in metodi meccanici, chimico-meccanici, chirurgici ed elettrochirurgici. Tra le soluzioni più diffuse nella pratica clinica quotidiana rientrano i fili retrattori, impregnati o non impregnati, spesso associati ad agenti emostatici per il controllo del sanguinamento e dei fluidi crevicolari.
Particolare attenzione viene riservata alle caratteristiche ideali del filo retrattore: biocompatibilità, capacità di assorbimento, facilità di inserimento e rimozione, e minimo traumatismo per i tessuti di supporto. Gli autori evidenziano come l’uso improprio di forza o tempi di retrazione eccessivi possano favorire recessioni gengivali e danni all’epitelio giunzionale.
Accanto alle tecniche tradizionali, lo studio analizza sistemi più recenti di retrazione “cordless”, come paste e schiume a base di polivinilsilossano o matrici con cloruro di alluminio. Queste soluzioni mirano a ridurre il trauma tissutale e il disagio per il paziente, semplificando al contempo le fasi operative.
Un capitolo rilevante è dedicato all’uso dei laser per la gestione dei tessuti molli. Le evidenze riportate indicano che la retrazione assistita da laser può offrire un buon controllo dell’emostasi, una riduzione del dolore post-operatorio e una maggiore precisione nell’esposizione dei margini, sebbene i costi e la curva di apprendimento ne limitino ancora una diffusione più ampia.
La review pone l’attenzione anche sulle specificità della retrazione gengivale in ambito implantoprotesico. I tessuti peri-implantari, meno resistenti rispetto a quelli dei denti naturali, richiedono tecniche particolarmente conservative. In questo contesto, gli autori suggeriscono un uso preferenziale di agenti chimici a bassa invasività, evitando metodiche più aggressive come l’elettrochirurgia o la curettage rotatoria.
In relazione alle impronte digitali, viene sottolineata la necessità di un solco pulito e stabile: residui di fili o retrazioni incomplete possono compromettere l’accuratezza della scansione, generando artefatti e imprecisioni nella progettazione CAD/CAM.
La gestione dei tessuti molli in protesi non può essere considerata una fase accessoria, ma un passaggio strategico dell’intero workflow clinico. Come emerge chiaramente dalla letteratura analizzata, la scelta della tecnica di retrazione deve essere guidata dal contesto clinico, dal biotipo gengivale, dalla posizione del margine e dal tipo di impronta utilizzata.
Investire in formazione, aggiornamento tecnologico e approcci personalizzati consente di migliorare significativamente l’adattamento marginale, l’estetica e la durata delle restaurazioni protesiche, a beneficio sia del clinico sia del paziente.
Immagine generata da AI

