La crisi dell’offerta: il vero problema che dovrà affrontare lo studio
30 Luglio 2020

Leggendo tra alcune delle sue dichiarazioni, ci si imbatte nel concetto di ‘’diluizione’’ per lo studio odontoiatrico. Di cosa si tratta esattamente?

Solitamente, in ottica di efficienza ed ottimizzazione economica, si è sempre ragionato sull’importanza della saturazione, cioè sfruttare a pieno tutto il tempo
disponibile. Nell’attività di consulenza per gli studi odontoiatrici, in merito al controllo della gestione, mettevamo in luce come nelle aree di possibile inefficienza, rientrava avere momenti di vuoto lavorativo. Adesso dobbiamo constatare che questo tipo di analisi è inappropriata. A riguardo dobbiamo affrontare due questioni: la prima interessa il tempo impiegato nelle pratiche di disinfezione obbligatorie tra un paziente e l’altro, la seconda apre la questione del giusto proporzionamento delle sale d’attesa rispetto al numero dei riuniti. Ciò che stiamo osservando è che, gli studi con un maggior numero di poltrone, potrebbero avere una situazione penalizzante nel caso in cui non dispongano di sufficienti spazi di attesa. Avere diverse sale operative non garantisce, infatti, uno spazio per l’attesa dei pazienti molto più ampio rispetto alle strutture con un numero contenuto di riuniti.
Il dilemma è: come possiamo mantenere lo stesso numero di trattamenti con una logica operativa diversa?
Stiamo realizzando dei modelli predittivi su scala internazionale e prevediamo che, superata la fase di ripartenza, gli studi che risultavano saturi constateranno un calo della capacità produttiva che, senza interventi organizzativi, potrebbe sfiorare il 30%. La soluzione a questo problema? La diluizione: ampiamento dell’orario e dei giorni lavorativi quando possibile.

Spesso si sente dire che alla crisi sanitaria seguirà una crisi economica senza precedenti. Che consigli darebbe ad un professionista che vuole ripartire tutelando sé stesso, il personale ed i pazienti ma non rischiare il collasso?

Al momento abbiamo prestazioni per un valore di più di un miliardo di euro che sono rimaste bloccate perché è stato chiesto ai pazienti di non presentarsi
in studio. Già dal 4 maggio gli odontoiatri hanno ripreso la propria attività e questa riserva di lavoro è rientrata in circolo.
Il vero problema è che non ci sono state nuove visite per circa due mesi e questo potrebbe comportare un calo nei mesi a seguire. La crisi economica potrebbe avere i suoi effetti anche in ambito odontoiatrico e si potrebbe manifestare una riduzione degli accessi allo studio. Ci troviamo di fronte ad un grande punto interrogativo. A mio avviso, questa crisi è diversa dalle precedenti perché coinvolge tutti i paesi e le misure che si stanno adottando, su scala internazionale, si avvicinano a quelle del 1946, quelle che consentirono a molti paesi la ricostruzione post-bellica. Sull’economia reale (ossia quella delle famiglie) l’impatto potrebbe essere inferiore rispetto a quanto attualmente previ sto. Nel mondo del dentale, il problema più grande non sarà probabilmente la crisi della domanda ma piuttosto dell’offerta, cioè la capacità di servire i pazienti. Tenendo a mente quanto appena detto, non sono così pessimista!
 

Molti professionisti hanno una visione pessimistica della situazione e temono in una crisi tale da dover licenziare parte del personale.Crede sia possibile?

Sebbene il dentista sia tra i medici più temuti dai pazienti proprio per ciò che concerne le possibilità di contagio, presto o tardi la visita odontoiatrica diventerà una necessità non procrastinabile. Sotto il profilo strutturale il problema non sussiste, piuttosto è di natura congiunturale e questa situazione recessiva non finirà di certo con il 2020. La parola d’ordine al momento non è speranza, bensì fiducia. Non dobbiamo sperare che qualcosa accada al di fuori del nostro contesto, essendo ogni titolare di studio imprenditore e punto di riferimento per il team di lavoro, è indispensabile possedere una visione positiva, investendo, se necessario, per finanziare la crisi. Le prestazioni torneranno ad essere sviluppate perché nessuno vorrà e potrà convivere con problemi di salute orale. Certamente si attraverserà un lasso di tempo in cui alla minore possibile domanda potrebbe corrispondere una bassa capacità di risposta in termini di capienza
dello studio, e i due fenomeni potrebbero produrre effetti negativi per alcuni mesi. Si dovrà licenziare parte del personale?
Non necessariamente, ma potrebbe accadere qualora il modello organizzativo dello studio non consenta di tornare ai livelli di ricavo precedenti in modo strutturale, ma il consiglio che mi sento di dare a tutti è quello di non prendere decisioni affrettate. Ci saranno studi che cesseranno l’attività? Sì, probabilmente assisteremo a una riduzione del numero di studi dentistici entro la fine del 202. Il 13% dei dentisti titolari, stando alla nostra ultima indagine, dichiara che vorrebbe chiudere, ed è comprensibile. Attualmente in Italia si contano circa 24.000 iscritti all’Albo con più di 60 anni, di cui 11.000 con più di 65. Si consideri, tra l’altro, che la stragrande maggioranza di loro sono titolari di studio dentistico, e non sempre con un cambio generazionale in famiglia. È naturale che, dopo successi e realizzazione professionale, e di fronte alla necessità di finanziare la crisi e riorganizzare l’attività, si possa decidere di chiudere lo studio. Rimanendo sul piano demografico, in precedenti ricerche, abbiamo stimato che nel corso di 7/8 anni avrebbero chiuso circa 8/9.000 studi. Questo farà crescere la domanda per i professionisti ancora attivi. È possibile anche che qualcuno decida di rivedere il proprio modello di business e decida di unirsi ad un collega per ottimizzare spazi e prestazioni offerte. La crisi che viviamo non è altro che un catalizzatore di fenomeni che si sarebbero comunque verificati, ma in un lasso di tempo più ampio.

Alcuni vedono questo momento come una sfida e una occasione per mettersi in discussione. Si tratta della fascia più giovane del settore?

La componente anagrafica è importante, ma anche l’aspetto psicologico lo è. Da parte dei giovani c’è il desiderio di determinarsi e affermarsi. Ciò non esclude dentisti imprenditori di 70 anni che hanno progetti e visioni future. Ritengo sorprendente la differenza che emerge tra uomini e donne: i primi risultano determinati e schierati nella propria posizione, che sia pessimistica o combattiva. La parte femminile invece è in una fase di attesa, di riflessione e risulta più prudente.

Spostiamo il focus sul paziente che arrivato in studio si scontra con una realtà nuova: molte accortezze nell'applicazione delle regole, attenzione alla distanza sociale. Tutto questo potrebbe intimorirlo o, al contrario, essere garanzia di professionalità e igiene?

Molti sociologi stanno preventivando un futuro di diffidenza reciproca e di maggiore conflittualità.Tale reticenza esiste sia nei pazienti che nel personale odontoiatrico. A questo proposito, diventa determinante la capacità di comunicare empaticamente. Empatia vuol dire annullare il proprio punto di vista nella piena accettazione dell’altro e, attraverso dati oggettivi e comportamenti adeguati, dimostrare come le paure siano superabili. Complessivamente ritengo molto positive le nuove misure adottate, ma è importante far comprendere al paziente che lo studio odontoiatrico è sempre stato sicuro, oggi più che mai.
Alcune ricerche, poco approfondite, hanno definito le prestazioni odontoiatriche tra le più rischiose, in realtà non c’è nessuno studio epidemiologico che lo confermi e attesti un rischio maggiore di contaminazione. È probabile che gli odontoiatri vengano a contatto con il virus più spesso di altri, ma non necessariamente si infetteranno, perché da sempre sanno come proteggere sé stessi e i propri pazienti. In ogni caso, recentissime ricerche ci dicono che la maggioranza degli italiani ha fiducia del proprio dentista.

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