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Lo Stato Italiano? Una scatola vuota

25 Maggio 2020

Lo Stato Italiano? Una scatola vuota

In un comunicato, lo sfogo di Pierluigi Delogu, Past President AIO, contro uno stato autoreferenziale. Un accorato appello hai giovani a non subire, come hanno fatto le generazioni precedenti, ad impegnarsi politicamente per cambiare finalmente le cose.

 

“Dopo anni e anni, in attesa di una qualche rivoluzione politica e/o sociale, mi vedo amaramente costretto a fare una constatazione, che questo momento di crisi, legata all’emergenza Covid 19, ha solo fatto emergere in modo impietoso: L’Italia e le sue istituzioni sono una scatola vuota!

Faccio parte della generazione dei cinquantenni e perciò mi sento, in parte, responsabile di questa situazione A 18-20 anni non ho fatto, in prima persona, la rivoluzione per scardinare un sistema che, già da allora, poggiava su un auto-referenzialismo finalizzato a mantenere il potere.

Lo stato Italiano ha investito massivamente e, direi esclusivamente  negli ultimi anni, nella  costruzione dei suoi mausolei simbolo del potere – sedi dell’Agenzia delle Entrate, dell’Inps, dell’Inail , della Guardia di Finanza etc. Altri cantieri non se ne sono visti, strade, ponti, porti ci stanno mancando. Le opere pubbliche si risolvono in manifestazioni ostentate di una potenza statale e nell’applicazione di una serie infinita di norme volte al controllo di ogni azione dei cittadini.  Voglia iniziare una attività o andare a pescare, nuotare o giocare a tennis, suonare una canzone o fare un discorso in piazza il cittadino deve chiedere autorizzazione, compilare moduli e pagare una qualche gabella.

Tutta questa architettura statalista, oltre che a rappresentare un ostacolo allo sviluppo del paese, non è altro che pura apparenza senza alcuna reale sostanza.  La dimostrazione più recente è l’evidente inefficienza dimostrata durante la fase 1 e 2 della “cosiddetta pandemia” da Covid 19.

Iniziamo dallo smantellamento sistematico dell’assetto strutturale del Servizio Sanitario Nazionale, fiore all’occhiello (in un  tempo ormai remoto….) del “marchio” Italia,  che è stato depauperato  di tutte le sue componenti più essenziali, per assicurare una buona assistenza, utilizzando un teorema barbaro che considera la sanità un’azienda per fare profitti. Sono stati tagliati i posti letto, poi le attrezzature non “necessarie”, i posti in terapia intensiva, e il personale medico specializzato. ASL che vedono in organico 2/3 di personale amministrativo e solo 1/3 di operatori sanitari e parasanitari hanno dimostrato palesemente la carenza numerica.

Gli italiani hanno fatto la loro parte. Fino all’altro ieri considerati degli incompetenti, sui quali rivalersi per ogni minimo intoppo sanitario, e quasi mai interpellati sulle questioni di governo della salute, gli “eroi”in camice hanno dovuto salvare vite senza adeguati protocolli e mezzi di protezione!  Il paese ha reagito positivamente nel rispondere all’emergenza sanitaria, e abbiamo scritto le pagine più belle della solidarietà sociale. Gli odontoiatri hanno regalato tutte le loro scorte di Dispositivi di protezione alle Asl che, incredibilmente, erano quasi del tutto sprovviste, e hanno raccolto fondi per acquistare attrezzature necessarie alle strutture ospedaliere di terapia del Covid 19. Ora alla riapertura si ritrovano con prezzi decuplicati dei DPI e con una indubbia difficoltà di reperimento degli stessi (sono passati 3 mesi, circa), senza beneficiare dei sovvenzionamenti che lo stato ha indirizzato alle imprese. L’INPS – 30.000 dipendenti e 10 miliardi di passivo all’anno –in una situazione di estremo disagio sociale, della popolazione, riesce a dare risposte in 3 mesi per le casse integrazioni in deroga e snocciola indennità ridicole con la velocità del bradipo, facendo dire al Premier che è quasi miracoloso avere delle risposte in “soli” 90 gg! Per non parlare dell’INAIL, altro carrozzone riuscito nell’impresa di aggiungere altri regolamenti e protocolli così da ingigantire quel “mare magnum” tempestoso di norme dove il datore di lavoro non può che soccombere. Peraltro, governi e maggioranze dal post 68 non hanno diminuito di un solo punto percentuale la pressione fiscale sui cittadini, anzi progressivamente aumentata portandoci al triste primato di paese con più tasse al pari di Nazioni come la Svezia, che però fa dell’assistenza a 360° del cittadino il suo standard.

Dalla classe politica ci viene propinato il solito ritornello: dobbiamo fare sacrifici per ridurre il debito pubblico ormai enorme. Peccato che in oltre 50 anni a fronte dei sacrifici richiesti ai cittadini è riuscita a produrre leggi solo in ossequio alle normative e direttive europee, senza però influenzare le scelte, a volte aberranti, derivanti dall’Europa. Le regole sulla concorrenza e il libero mercato sono diventate sacre e vengono applicate anche alla sfera debole dell’individuo come la tutela della sanità e la giustizia, o le varie regolamentazioni sulle produzioni agroalimentari.

Oltre a questo negli anni sono riusciti, con un insensata corsa al regionalismo spinto, ad aumentare le disparità e le differenze tra cittadini italiani riportando in auge la “questione meridionale” peggio che ai tempi di Villari, Nitti, Salvemini ed Einaudi alla fine dell’Ottocento. Nel 1959, Romeo poneva questa differenza come un problema per l’intera economia nazionale e soprattutto del Nord. Anche la leggendaria efficienza della Padania ha segnato il passo di fronte al Covid, dimostrando in modo palese come una sanità di affari mal si concilia con le situazioni di salute pubblica e che, a volte, bisogna avere una visione che garantisca un’assistenza fatta di prevenzione e piani sanitari di ampio respiro con prospettive almeno decennali.

Non contenti, hanno alimentato in ogni modo lo scontro sociale insinuando la teoria del sospetto fra le categorie di cittadini. I dipendenti statali pagano le tasse perché non possono fare altrimenti e  subiscono un ingiustizia dai lavoratori privati che invece evadono in massima parte. L’operaio della grande industria è penalizzato salarialmente rispetto al precario che “potrebbe” fare  lavoro in “nero”.  Il disoccupato guarda il pensionato come un peso per la società che non lo aiuta. Decenni di istigazione mediatica e propaganda orientata all’odio sociale sono difficilissimi da eradicare! Dico ai diciottenni di oggi (i miei due figli hanno quell’età): non sopportate più e non astenetevi dalla lotta politica e dal tentativo di rivoluzionare questo stato perché tra un po’ sarà troppo tardi. Altrimenti andate via, non subite, come ho fatto io (e la mia generazione) tutta la vita, uno stato oppressivo, autoreferenziale e senza futuro dove chi può emergere per migliorare le cose è isolato, boicottato e additato come un delinquente perché potrebbe avere successo.

Andate via da questa scatola vuota o riempitela di sostanza allontanando i parassiti!”

 

Pierluigi Delogu - Past President AIO

Associazione Italiana Odontoiatri